Chi sono

Utente: fpmassam
Nome: Francesco Piccinelli
Studente medio di Media & Giornalismo (Scienze delle Comunicazioni) all'Università di Firenze

Archivio

oggi
marzo 2009
--- 2008 ---
--- 2007 ---
--- 2006 ---

Partecipano

Wikio - Top dei blog

Bottoni

Add to Technorati Favorites http://www.wikio.it MigliorBlog.it This website is ACAP-enabled

  • Contattami
  • Il mio profilo
  • Linkami


  • RSS 2.0
  • ATOM 0.3
  • Powered by Splinder

Contatore

visitato *loading* volte
Contatore visite gratuito
martedì, 22 gennaio 2008

Il dopo Prodi

Clemente Mastella ha mandato a casa Romano Prodi e il suo governo. Questo il riassunto di due giorni che tutti ci saremmo volentieri risparmiati. Già i politici non ci piacciono fino in fondo. Ora, ricominciano a muoversi secondo tatticismi che non hanno niente a che fare con il mandato elettorale. Ora, le alternative sono due: goeverno istituzionale o elezioni. Il sistema sembra aver scelto la seconda opzione, sostanzialmente a causa di quella spada di damocle che è il referendum. La classe politica vuole guadagnare tempo, soprattutto i piccoli partiti che non vogliono soglie di sbarramento troppo alte. Tuttavia, la legge elettorale vigente metterebbe comunque a rischio: con la soglia di sbarramento al 4% per i partiti non coalizzati mettono seriamente a rischio la propria sopravvivenza: Dini e stesso Mastella rischiano, se non si coalizzano al resto del centrosinistra, di non essere rappresentate. Rischierebbero anche se Dini e Mastella formassero una coalizione omogenea: non raggiungerebbero, insieme, la soglia del 10%. Questo per quanto riguarda la Camera, dove anche Casini avesse dei seri problemi ad essere rappresentati. Così al Senato: dove le soglie di sbarramento sono molto più basse per i singoli, ma per le coalizioni salgono al 20%. Questo autentico guazzabuglio è una manna per il centrodestra: secondo le ultime elezioni politiche AN e Forza Italia sono strutturalmente più forti del Partito Democratico che, ancora senza una effettiva organizzazione attiva sul territorio, si troverà in difficoltà nell'organizzare una campagna elettorale. La prossima settimana, dove verranno stabilite le modalità di risoluzionedella crisi, ne sapremo di più, ma, se Prodi crollerà e andremo alle elezioni la prossima legislatura sarà di nuovo costretta dai tatticismi dei partiti e dall'immobilismo.  Anche se Berlusconi riottenesse la presidenza del Consiglio le rimostranze di Alleanza Nazionale si faranno sentire.

postato da: fpmassam alle ore gennaio 22, 2008 16:21 | link | commenti
categorie: pensieri, politica, riflessioni, crisi, prodi, mastella
giovedì, 17 gennaio 2008

Ecco discorso di Benedetto XVI

(17/1/2008 10:25) | IL DISCORSO DEL SANTO PADRE PREPARATO PER L’INCONTRO ALL’UNIVERSITÀ "LA SAPIENZA"
(Sesto Potere) - Roma - 17 gennaio 2008 - Pubblichiamo l'allocuzione che il Santo Padre avrebbe dovuto tenere oggi, giovedi' 17 gennaio 2008, all'Università della Sapienza di Roma:
"È per me motivo di profonda gioia incontrare la comunità della "Sapienza - Università di Roma" in occasione della inaugurazione dell’anno accademico. Da secoli ormai questa Università segna il cammino e la vita della città di Roma, facendo fruttare le migliori energie intellettuali in ogni campo del sapere. Sia nel tempo in cui, dopo la fondazione voluta dal Papa Bonifacio VIII, l’istituzione era alle dirette dipendenze dell’Autorità ecclesiastica, sia successivamente quando lo Studium Urbis si è sviluppato come istituzione dello Stato italiano, la vostra comunità accademica ha conservato un grande livello scientifico e culturale, che la colloca tra le più prestigiose università del mondo.
Da sempre la Chiesa di Roma guarda con simpatia e ammirazione a questo centro universitario, riconoscendone l’impegno, talvolta arduo e faticoso, della ricerca e della formazione delle nuove generazioni. Non sono mancati in questi ultimi anni momenti significativi di collaborazione e di dialogo. Vorrei ricordare, in particolare, l’Incontro mondiale dei Rettori in occasione del Giubileo delle Università, che ha visto la vostra comunità farsi carico non solo dell’accoglienza e dell’organizzazione, ma soprattutto della profetica e complessa proposta della elaborazione di un "nuovo umanesimo per il terzo millennio".
Mi è caro, in questa circostanza, esprimere la mia gratitudine per l’invito che mi è stato rivolto a venire nella vostra università per tenervi una lezione. In questa prospettiva mi sono posto innanzitutto la domanda: Che cosa può e deve dire un Papa in un’occasione come questa? Nella mia lezione a Ratisbona ho parlato, sì, da Papa, ma soprattutto ho parlato nella veste del già professore di quella mia università, cercando di collegare ricordi ed attualità. Nell’università "Sapienza", l’antica università di Roma, però, sono invitato proprio come Vescovo di Roma, e perciò debbo parlare come tale. Certo, la "Sapienza" era un tempo l’università del Papa, ma oggi è un’università laica con quell’autonomia che, in base al suo stesso concetto fondativo, ha fatto sempre parte della natura di università, la quale deve essere legata esclusivamente all’autorità della verità. Nella sua libertà da autorità politiche ed ecclesiastiche l’università trova la sua funzione particolare, proprio anche per la società moderna, che ha bisogno di un’istituzione del genere.
Ritorno alla mia domanda di partenza: Che cosa può e deve dire il Papa nell’incontro con l’università della sua città? Riflettendo su questo interrogativo, mi è sembrato che esso ne includesse due altri, la cui chiarificazione dovrebbe condurre da sé alla risposta. Bisogna, infatti, chiedersi: Qual è la natura e la missione del Papato? E ancora: Qual è la natura e la missione dell’università? Non vorrei in questa sede trattenere Voi e me in lunghe disquisizioni sulla natura del Papato. Basti un breve accenno. Il Papa è anzitutto Vescovo di Roma e come tale, in virtù della successione all’Apostolo Pietro, ha una responsabilità episcopale nei riguardi dell’intera Chiesa cattolica. La parola "vescovo"–episkopos, che nel suo significato immediato rimanda a "sorvegliante", già nel Nuovo Testamento è stata fusa insieme con il concetto biblico di Pastore: egli è colui che, da un punto di osservazione sopraelevato, guarda all’insieme, prendendosi cura del giusto cammino e della coesione dell’insieme. In questo senso, tale designazione del compito orienta lo sguardo anzitutto verso l’interno della comunità credente. Il Vescovo – il Pastore – è l’uomo che si prende cura di questa comunità; colui che la conserva unita mantenendola sulla via verso Dio, indicata secondo la fede cristiana da Gesù – e non soltanto indicata: Egli stesso è per noi la via. Ma questa comunità della quale il Vescovo si prende cura – grande o piccola che sia – vive nel mondo; le sue condizioni, il suo cammino, il suo esempio e la sua parola influiscono inevitabilmente su tutto il resto della comunità umana nel suo insieme. Quanto più grande essa è, tanto più le sue buone condizioni o il suo eventuale degrado si ripercuoteranno sull’insieme dell’umanità. Vediamo oggi con molta chiarezza, come le condizioni delle religioni e come la situazione della Chiesa – le sue crisi e i suoi rinnovamenti – agiscano sull’insieme dell’umanità. Così il Papa, proprio come Pastore della sua comunità, è diventato sempre di più anche una voce della ragione etica dell’umanità.
Qui, però, emerge subito l’obiezione, secondo cui il Papa, di fatto, non parlerebbe veramente in base alla ragione etica, ma trarrebbe i suoi giudizi dalla fede e per questo non potrebbe pretendere una loro validità per quanti non condividono questa fede. Dovremo ancora ritornare su questo argomento, perché si pone qui la questione assolutamente fondamentale: Che cosa è la ragione? Come può un’affermazione – soprattutto una norma morale – dimostrarsi "ragionevole"? A questo punto vorrei per il momento solo brevemente rilevare che John Rawls, pur negando a dottrine religiose comprensive il carattere della ragione "pubblica", vede tuttavia nella loro ragione "non pubblica" almeno una ragione che non potrebbe, nel nome di una razionalità secolaristicamente indurita, essere semplicemente disconosciuta a coloro che la sostengono. Egli vede un criterio di questa ragionevolezza fra l’altro nel fatto che simili dottrine derivano da una tradizione responsabile e motivata, in cui nel corso di lunghi tempi sono state sviluppate argomentazioni sufficientemente buone a sostegno della relativa dottrina. In questa affermazione mi sembra importante il riconoscimento che l’esperienza e la dimostrazione nel corso di generazioni, il fondo storico dell’umana sapienza, sono anche un segno della sua ragionevolezza e del suo perdurante significato. Di fronte ad una ragione a-storica che cerca di autocostruirsi soltanto in una razionalità a-storica, la sapienza dell’umanità come tale – la sapienza delle grandi tradizioni religiose – è da valorizzare come realtà che non si può impunemente gettare nel cestino della storia delle idee.
Ritorniamo alla domanda di partenza. Il Papa parla come rappresentante di una comunità credente, nella quale durante i secoli della sua esistenza è maturata una determinata sapienza della vita; parla come rappresentante di una comunità che custodisce in sé un tesoro di conoscenza e di esperienza etiche, che risulta importante per l’intera umanità: in questo senso parla come rappresentante di una ragione etica.
Ma ora ci si deve chiedere: E che cosa è l’università? Qual è il suo compito? È una domanda gigantesca alla quale, ancora una volta, posso cercare di rispondere soltanto in stile quasi telegrafico con qualche osservazione. Penso si possa dire che la vera, intima origine dell’università stia nella brama di conoscenza che è propria dell’uomo. Egli vuol sapere che cosa sia tutto ciò che lo circonda. Vuole verità. In questo senso si può vedere l’interrogarsi di Socrate come l’impulso dal quale è nata l’università occidentale. Penso ad esempio – per menzionare soltanto un testo – alla disputa con Eutifrone, che di fronte a Socrate difende la religione mitica e la sua devozione. A ciò Socrate contrappone la domanda: "Tu credi che fra gli dei esistano realmente una guerra vicendevole e terribili inimicizie e combattimenti … Dobbiamo, Eutifrone, effettivamente dire che tutto ciò è vero?" (6 b – c). In questa domanda apparentemente poco devota – che, però, in Socrate derivava da una religiosità più profonda e più pura, dalla ricerca del Dio veramente divino – i cristiani dei primi secoli hanno riconosciuto se stessi e il loro cammino. Hanno accolto la loro fede non in modo positivista, o come la via d’uscita da desideri non appagati; l’hanno compresa come il dissolvimento della nebbia della religione mitologica per far posto alla scoperta di quel Dio che è Ragione creatrice e al contempo Ragione-Amore. Per questo, l’interrogarsi della ragione sul Dio più grande come anche sulla vera natura e sul vero senso dell’essere umano era per loro non una forma problematica di mancanza di religiosità, ma faceva parte dell’essenza del loro modo di essere religiosi. Non avevano bisogno, quindi, di sciogliere o accantonare l’interrogarsi socratico, ma potevano, anzi, dovevano accoglierlo e riconoscere come parte della propria identità la ricerca faticosa della ragione per raggiungere la conoscenza della verità intera. Poteva, anzi doveva così, nell’ambito della fede cristiana, nel mondo cristiano, nascere l’università.
È necessario fare un ulteriore passo. L’uomo vuole conoscere – vuole verità. Verità è innanzitutto una cosa del vedere, del comprendere, della theoría, come la chiama la tradizione greca. Ma la verità non è mai soltanto teorica. Agostino, nel porre una correlazione tra le Beatitudini del Discorso della Montagna e i doni dello Spirito menzionati in Isaia 11, ha affermato una reciprocità tra "scientia" e "tristitia": il semplice sapere, dice, rende tristi. E di fatto – chi vede e apprende soltanto tutto ciò che avviene nel mondo, finisce per diventare triste. Ma verità significa di più che sapere: la conoscenza della verità ha come scopo la conoscenza del bene. Questo è anche il senso dell’interrogarsi socratico: Qual è quel bene che ci rende veri? La verità ci rende buoni, e la bontà è vera: è questo l’ottimismo che vive nella fede cristiana, perché ad essa è stata concessa la visione del Logos, della Ragione creatrice che, nell’incarnazione di Dio, si è rivelata insieme come il Bene, come la Bontà stessa.
Nella teologia medievale c’è stata una disputa approfondita sul rapporto tra teoria e prassi, sulla giusta relazione tra conoscere ed agire – una disputa che qui non dobbiamo sviluppare. Di fatto l’università medievale con le sue quattro Facoltà presenta questa correlazione. Cominciamo con la Facoltà che, secondo la comprensione di allora, era la quarta, quella di medicina. Anche se era considerata più come "arte" che non come scienza, tuttavia, il suo inserimento nel cosmo dell’universitas significava chiaramente che era collocata nell’ambito della razionalità, che l’arte del guarire stava sotto la guida della ragione e veniva sottratta all’ambito della magia. Guarire è un compito che richiede sempre più della semplice ragione, ma proprio per questo ha bisogno della connessione tra sapere e potere, ha bisogno di appartenere alla sfera della ratio. Inevitabilmente appare la questione della relazione tra prassi e teoria, tra conoscenza ed agire nella Facoltà di giurisprudenza. Si tratta del dare giusta forma alla libertà umana che è sempre libertà nella comunione reciproca: il diritto è il presupposto della libertà, non il suo antagonista. Ma qui emerge subito la domanda: Come s’individuano i criteri di giustizia che rendono possibile una libertà vissuta insieme e servono all’essere buono dell’uomo? A questo punto s’impone un salto nel presente: è la questione del come possa essere trovata una normativa giuridica che costituisca un ordinamento della libertà, della dignità umana e dei diritti dell’uomo. È la questione che ci occupa oggi nei processi democratici di formazione dell’opinione e che al contempo ci angustia come questione per il futuro dell’umanità. Jürgen Habermas esprime, a mio parere, un vasto consenso del pensiero attuale, quando dice che la legittimità di una carta costituzionale, quale presupposto della legalità, deriverebbe da due fonti: dalla partecipazione politica egualitaria di tutti i cittadini e dalla forma ragionevole in cui i contrasti politici vengono risolti. Riguardo a questa "forma ragionevole" egli annota che essa non può essere solo una lotta per maggioranze aritmetiche, ma che deve caratterizzarsi come un "processo di argomentazione sensibile alla verità" (wahrheitssensibles Argumentationsverfahren). È detto bene, ma è cosa molto difficile da trasformare in una prassi politica. I rappresentanti di quel pubblico "processo di argomentazione" sono – lo sappiamo – prevalentemente i partiti come responsabili della formazione della volontà politica. Di fatto, essi avranno immancabilmente di mira soprattutto il conseguimento di maggioranze e con ciò baderanno quasi inevitabilmente ad interessi che promettono di soddisfare; tali interessi però sono spesso particolari e non servono veramente all’insieme. La sensibilità per la verità sempre di nuovo viene sopraffatta dalla sensibilità per gli interessi. Io trovo significativo il fatto che Habermas parli della sensibilità per la verità come di elemento necessario nel processo di argomentazione politica, reinserendo così il concetto di verità nel dibattito filosofico ed in quello politico.
Ma allora diventa inevitabile la domanda di Pilato: Che cos’è la verità? E come la si riconosce? Se per questo si rimanda alla "ragione pubblica", come fa Rawls, segue necessariamente ancora la domanda: Che cosa è ragionevole? Come una ragione si dimostra ragione vera? In ogni caso, si rende in base a ciò evidente che, nella ricerca del diritto della libertà, della verità della giusta convivenza devono essere ascoltate istanze diverse rispetto a partiti e gruppi d’interesse, senza con ciò voler minimamente contestare la loro importanza. Torniamo così alla struttura dell’università medievale. Accanto a quella di giurisprudenza c’erano le Facoltà di filosofia e di teologia, a cui era affidata la ricerca sull’essere uomo nella sua totalità e con ciò il compito di tener desta la sensibilità per la verità. Si potrebbe dire addirittura che questo è il senso permanente e vero di ambedue le Facoltà: essere custodi della sensibilità per la verità, non permettere che l’uomo sia distolto dalla ricerca della verità. Ma come possono esse corrispondere a questo compito? Questa è una domanda per la quale bisogna sempre di nuovo affaticarsi e che non è mai posta e risolta definitivamente. Così, a questo punto, neppure io posso offrire propriamente una risposta, ma piuttosto un invito a restare in cammino con questa domanda – in cammino con i grandi che lungo tutta la storia hanno lottato e cercato, con le loro risposte e con la loro inquietudine per la verità, che rimanda continuamente al di là di ogni singola risposta.
Teologia e filosofia formano in ciò una peculiare coppia di gemelli, nella quale nessuna delle due può essere distaccata totalmente dall’altra e, tuttavia, ciascuna deve conservare il proprio compito e la propria identità. È merito storico di san Tommaso d’Aquino – di fronte alla differente risposta dei Padri a causa del loro contesto storico – di aver messo in luce l’autonomia della filosofia e con essa il diritto e la responsabilità propri della ragione che s’interroga in base alle sue forze. Differenziandosi dalle filosofie neoplatoniche, in cui religione e filosofia erano inseparabilmente intrecciate, i Padri avevano presentato la fede cristiana come la vera filosofia, sottolineando anche che questa fede corrisponde alle esigenze della ragione in ricerca della verità; che la fede è il "sì" alla verità, rispetto alle religioni mitiche diventate semplice consuetudine. Ma poi, al momento della nascita dell’università, in Occidente non esistevano più quelle religioni, ma solo il cristianesimo, e così bisognava sottolineare in modo nuovo la responsabilità propria della ragione, che non viene assorbita dalla fede. Tommaso si trovò ad agire in un momento privilegiato: per la prima volta gli scritti filosofici di Aristotele erano accessibili nella loro integralità; erano presenti le filosofie ebraiche ed arabe, come specifiche appropriazioni e prosecuzioni della filosofia greca. Così il cristianesimo, in un nuovo dialogo con la ragione degli altri, che veniva incontrando, dovette lottare per la propria ragionevolezza. La Facoltà di filosofia che, come cosiddetta "Facoltà degli artisti", fino a quel momento era stata solo propedeutica alla teologia, divenne ora una Facoltà vera e propria, un partner autonomo della teologia e della fede in questa riflessa. Non possiamo qui soffermarci sull’avvincente confronto che ne derivò. Io direi che l’idea di san Tommaso circa il rapporto tra filosofia e teologia potrebbe essere espressa nella formula trovata dal Concilio di Calcedonia per la cristologia: filosofia e teologia devono rapportarsi tra loro "senza confusione e senza separazione". "Senza confusione" vuol dire che ognuna delle due deve conservare la propria identità. La filosofia deve rimanere veramente una ricerca della ragione nella propria libertà e nella propria responsabilità; deve vedere i suoi limiti e proprio così anche la sua grandezza e vastità. La teologia deve continuare ad attingere ad un tesoro di conoscenza che non ha inventato essa stessa, che sempre la supera e che, non essendo mai totalmente esauribile mediante la riflessione, proprio per questo avvia sempre di nuovo il pensiero. Insieme al "senza confusione" vige anche il "senza separazione": la filosofia non ricomincia ogni volta dal punto zero del soggetto pensante in modo isolato, ma sta nel grande dialogo della sapienza storica, che essa criticamente e insieme docilmente sempre di nuovo accoglie e sviluppa; ma non deve neppure chiudersi davanti a ciò che le religioni ed in particolare la fede cristiana hanno ricevuto e donato all’umanità come indicazione del cammino. Varie cose dette da teologi nel corso della storia o anche tradotte nella pratica dalle autorità ecclesiali, sono state dimostrate false dalla storia e oggi ci confondono. Ma allo stesso tempo è vero che la storia dei santi, la storia dell’umanesimo cresciuto sulla basa della fede cristiana dimostra la verità di questa fede nel suo nucleo essenziale, rendendola con ciò anche un’istanza per la ragione pubblica. Certo, molto di ciò che dicono la teologia e la fede può essere fatto proprio soltanto all’interno della fede e quindi non può presentarsi come esigenza per coloro ai quali questa fede rimane inaccessibile. È vero, però, al contempo che il messaggio della fede cristiana non è mai soltanto una "comprehensive religious doctrine" nel senso di Rawls, ma una forza purificatrice per la ragione stessa, che aiuta ad essere più se stessa. Il messaggio cristiano, in base alla sua origine, dovrebbe essere sempre un incoraggiamento verso la verità e così una forza contro la pressione del potere e degli interessi.
Ebbene, finora ho solo parlato dell’università medievale, cercando tuttavia di lasciar trasparire la natura permanente dell’università e del suo compito. Nei tempi moderni si sono dischiuse nuove dimensioni del sapere, che nell’università sono valorizzate soprattutto in due grandi ambiti: innanzitutto nelle scienze naturali, che si sono sviluppate sulla base della connessione di sperimentazione e di presupposta razionalità della materia; in secondo luogo, nelle scienze storiche e umanistiche, in cui l’uomo, scrutando lo specchio della sua storia e chiarendo le dimensioni della sua natura, cerca di comprendere meglio se stesso. In questo sviluppo si è aperta all’umanità non solo una misura immensa di sapere e di potere; sono cresciuti anche la conoscenza e il riconoscimento dei diritti e della dignità dell’uomo, e di questo possiamo solo essere grati. Ma il cammino dell’uomo non può mai dirsi completato e il pericolo della caduta nella disumanità non è mai semplicemente scongiurato: come lo vediamo nel panorama della storia attuale! Il pericolo del mondo occidentale – per parlare solo di questo – è oggi che l’uomo, proprio in considerazione della grandezza del suo sapere e potere, si arrenda davanti alla questione della verità. E ciò significa allo stesso tempo che la ragione, alla fine, si piega davanti alla pressione degli interessi e all’attrattiva dell’utilità, costretta a riconoscerla come criterio ultimo. Detto dal punto di vista della struttura dell’università: esiste il pericolo che la filosofia, non sentendosi più capace del suo vero compito, si degradi in positivismo; che la teologia col suo messaggio rivolto alla ragione, venga confinata nella sfera privata di un gruppo più o meno grande. Se però la ragione – sollecita della sua presunta purezza – diventa sorda al grande messaggio che le viene dalla fede cristiana e dalla sua sapienza, inaridisce come un albero le cui radici non raggiungono più le acque che gli danno vita. Perde il coraggio per la verità e così non diventa più grande, ma più piccola. Applicato alla nostra cultura europea ciò significa: se essa vuole solo autocostruirsi in base al cerchio delle proprie argomentazioni e a ciò che al momento la convince e – preoccupata della sua laicità – si distacca dalle radici delle quali vive, allora non diventa più ragionevole e più pura, ma si scompone e si frantuma.
Con ciò ritorno al punto di partenza. Che cosa ha da fare o da dire il Papa nell’università? Sicuramente non deve cercare di imporre ad altri in modo autoritario la fede, che può essere solo donata in libertà. Al di là del suo ministero di Pastore nella Chiesa e in base alla natura intrinseca di questo ministero pastorale è suo compito mantenere desta la sensibilità per la verità; invitare sempre di nuovo la ragione a mettersi alla ricerca del vero, del bene, di Dio e, su questo cammino, sollecitarla a scorgere le utili luci sorte lungo la storia della fede cristiana e a percepire così Gesù Cristo come la Luce che illumina la storia ed aiuta a trovare la via verso il futuro".

Dal Vaticano, 17 gennaio 2008
BENEDICTUS XVI
http://www.sestopotere.com/index.ihtml?step=2&rifcat=210&Rid=148697

postato da: fpmassam alle ore gennaio 17, 2008 11:47 | link | commenti (3)
categorie: pensieri, politica, riflessioni, roma, religione, università, la sapienza
mercoledì, 16 gennaio 2008

Il Papa alla Sapienza: il gran rifiuto

Il Papa non andrà alla Sapienza di Roma. Tutti felici e contenti: il principale problema del Paese negli ultimi 30anni è stato risolto. Evviva. Evviva un accidente. Ma chi cavolo sono i nostri insegnanti? Grandi luminari e baroni che non accettano niente che sia minimamente lontano dalla loro visione del mondo. Qualche professore ha detto che la visita era inopportuna soprattutto mancando un contraddittorio. Non potendo contraddire il Sommo Pontefice, allora questo non doveva parlare. Come se quanto sarebbe stato affermato da Benedetto XVI non fose strutturalmente discutibile. I signori professori si dimenticano di quanto sia ampia la sfera pubblica. Non si può discutere nell'aula magna della Sapienza? Allora non si può discutere neanche sui giornali. Questo assunto è stupido e crea equivoci enormi, equivoci che hanno portato Benedetto XVI a decidere, in maniera autonoma, di non partecipare all'Inaugurazione dell'Anno Accademico. Tuttavia, non facciamo di questo un problema di civiltà: tutti sanno quanto le università italiane siano polarizzate e, chi ha buona memoria, si ricorda che aspre contestazioni, lo scorso anno, accompagnarono Fausto Bertinotti in visita sempre alla Sapienza. Lì ci fu uno spreco di solidarietà nei confronti del presidente della Camere  che ovviamente aveva tutto il diritto di esprimere le proprie opininioni in quella sede. Tuttavia, non è Benedetto XVI ad avere la responsabilità politica della marcia dei 40mila. Non è un mettere insieme cose che non hanno a che fare le une con le altre: Benedetto XVI è stato uno dei teologi che ha fatto il Concilio Vaticano II. Questo fatto innegabile significa che l'attuale Pontefice è di sicuro un personaggio di notevole caratura. Che, poi, interpreti in maniera più o meno estensiva il dettato conciliare, questo non deve entrare nel dibattito. Tuttavia, mentre uno fra coloro che hanno portato alla sconfitta il sistema sindacale italiano e uno che ha partecipato all'innovazione della Chiesa Universale, qualche differenza io la vedo. Ma non è neanche qui il problema: che ci sia un conflitto tra mondo laico, o meglio, agnostco e cattolicesimo in particolare è innegabile. Ma, se  questi due mondi riuscissero a comunicare E BASTA non ne avremmo tutti un guadagno? Quello dell'Università La Sapienza di Roma è un passo in questo senso, se poi vogliamo tornare alle guerre di religione facciamo pure: basta dirlo.


postato da: fpmassam alle ore gennaio 16, 2008 11:14 | link | commenti (1)
categorie: pensieri, politica, riflessioni, roma, religione, papa, la sapienza
martedì, 15 gennaio 2008

Il Papa alla Sapienza

Sessanta professori dell'Università la Sapienza non voglio che Benedetto XVI inauguri l'anno accademico dell'Ateneo romano. Qual è il problema? Qualcuno ha la coscienza sporca? Non so se lo notate, ma da un paio d'anni a questa parte sparare sulla Chiesa Cattolica sembra diventato uno sport nazionale. Perchè? D'accordo, i preti pedofili. Va bene, lo Ior esiste e sappiamo le nefandezze che ha fatto. E' vero: la Cei non attraversa uno dei suoi periodi migliori. Però, però, però... Però, ad esempio, Joseph Ratzinger è un grandissimo intellettuale. Un mostro, nel suo campo: perchè volergli tappare la bocca, impedirgli di parlare in una università pubblica? Perchè negarci la possibilità di un confronto tra il mondo ateo e il mondo religioso, cattolico in particolare? Perchè questo volerci francesizzare a tutti i costi introducendo costumi antireligiosi di stampo giacobino? Già porre queste domande non mi piace: non riesco, infatti, a capire come mai ci battiamo per la stampa libera, la libera informazione e la libertà di insegnamento solo per affermare alcuni circostanziati valori o, meglio alcune circostanziate dottrine. Il Pontefice tocca argomenti scomodi e controversi ed è lecito confrontarsi con le posizioni di una Chiesa che non è quella nazionale italiana, ma coinvolge ed è presente, in maniera più o meno  evidente, su tutti e cinque i continenti. Possibile che un personaggio di tale importanza debba essere zittito come uno scolaretto impertinente? Lascio aperto l'interrogativo: rispondete voi. Ma ricordiamoci una cosa: chi si sottrae al confronto ha sempre torto e, in un momento come questo dove la religione occupa una parte centrale del dibattito pubblico, è assolutamente necessario ascoltare tutti gli attori in campo con rispetto reciproco. La scazzottata sul "relativismo" è un esempio della bassezza raggiunta nel dibattito tra chiesa e mondo agnostico, facendo sì che dall'una e dall'altra parte questo concetto venisse interpretato, a seconda, o come il male assoluto o come il bene supremo quando, invece, il discorso di Benedetto XVI era semplice e lineare: determinati valori non possono essere riconosciuti come relativi, soprattutto se si professa una fede. perchè io, da cattolico, devo mettere in discussione il dogma della Trinità? Signori, se voi non siete cattolici e, in una maniera abbastanza vile, non siete capaci di prendere una posizione, non fatecelo pesare zittendo gli esponenti della Chiesa Cattolica e discutiamone in maniera pulita e aperta. Sapreste trovare qualcosa di più laico?    

postato da: fpmassam alle ore gennaio 15, 2008 11:21 | link | commenti (3)
categorie: pensieri, politica, riflessioni, religione, papa, democrazia, università
lunedì, 14 gennaio 2008

Nord ipocrita e frattaglie varie

L'ipocrisia del Nord Italia fa schifo. Non è possibile che l'Italia si dimostri ancora divisa e impotente nei confronti di un'emergenza, quella dei rifiuti in Campania, che riguarda tutti se non altro percè riguarda milioni di nostri cittadini. I problemi che la città di Napoli evidenzia, li abbiamo già trattati e sono sulla bocca di tutti, oramai. Ma, che il Nord, per motivi tutti politici, si dimostri sordo alle esigenze della collettività fa orrore se consideriamo che la Lombardia e altre regioni, quando si sono verificati gli stessi problemi nel loro territorio, hanno fatto affidamento su altre aree del nostro paese, non contando la faccenda dei rifiuti tossici finiti in Campania e in mezza Africa i quali sono costati la vita ad una giornalista che si chiamava Ilaria Alpi. Ora che tutti devono dare una mano, tutti si tirano indietro. Che schifo. Ammirevole il coraggio di un governatore che si chiama Renato Soru che ha accettato di farsi carico del problema e di far rispettare le proprie decisioni, anche con le manganellate. Al di là degli abusi qui messi in evidenza, in fondo, lo Stato deve operare anche così. In questo scenario non apocalittico ma quasi, sono stati conferiti pieni poteri a De Gennaro: è ora che lo Stato difenda le proprie decisioni anche con la forza.

postato da: fpmassam alle ore gennaio 14, 2008 09:46 | link | commenti (1)
categorie: pensieri, italia, politica, riflessioni, napoli, immondizia, nord
giovedì, 10 gennaio 2008

White noise

Il blog, la nova forma di comunicazione. Il nuovo che avanza. Siamo tutti qui a fare piccola informazione domestica, piccole poesie. Tutto piccolo. Anche i grandi blog, come Rosso Venexiano, non si sottraggono a questa logica. Caffè degli artisti, si chiama. Ma di artistico ha poco. Le poesie proposte sono un'accozzaglia di generi e di stili prese altrove senza aggiungere nulla di nuovo. Rosso Venexiano è solo il primo blog che mi capita a tiro. Qello che noi blogger non siamo in grado di affrontare è un problema molto profondo e molto complesso: il linguaggio. La domanda è: come voglio che i miei contenuti arrivino al tizio che si scomoda a leggerli davanti lo scermo di un pc? Questo problema è, ancora, senza soluzione. Tuttavia, possiamo cominciare a fare qualcosa. In primo luogo, sarebbe bello se fossimo in grado di scrivere tutti nella stessa lingua. Poche eccezioni a parte, tra cui il citato RV, la qualità dell'italiano, anche di questo blog, non è eccelsa. D'accordo, ognuno scrive come può. Però, dobbiamo convincerci che, dal momento che i nostri blog sono pubblici, allora scriviamo per gli altri e, quindi, dobbiamo meditare bene l'ortografia e la sintassi. In secondo luogo, il linugaggio dei blog, in generale, non è in grado di veicolare contenuti interessanti. Il problema è grave. Ragazzi, qui sembriamo tutti dei grandi intellettuali, dei premi Nobel. Ma, in realtà, non facciamo altro che fare un copia e incolla di idee scritte da altri. Questo il nostro limite, non siamo in grado di pensare con la nostra testa e siamo inquadrati in stereotipi che, a me, non piacciono. Non sto criticando gli altri dicendo che il mio lavoro sia migliore degli altri. Sono anche io un blogger e sarebbe stupido comportarsi così. Solo che questo è il sospetto che mi gira per la testa da un po'. In  altre parole, ho l'impressione che qui non facciamo altro che white noise, rumore di fondo e spero che voi siate in grado di dare una risposta a questi interrogativi.


postato da: fpmassam alle ore gennaio 10, 2008 16:22 | link | commenti
categorie: pensieri, riflessioni, blog, critica, autocritica, linguaggio

Termovalorizzatori, un po' di chiarezza

E' mai possibile che l'Italia sia l'unico paese in europa che deve vivere senza termovalorizzatori? Io, i termovalorizzatori, li ho visti da dentro e ho visto i sistemi che ci sono per abbattere i fumi, le polveri e la diossina. Il bello dell'impianto che ho visto è che ha operato per dieci anni sotto il pressante screening della Agenzia Regionale Protezione Ambiente Toscana (Arpat) perchè movimenti dei cittadini, supportati dalla politica locale, avevano deciso che questo impianto non doveva esistere. Dieci anni dopo, questo cogeneratore, si chiama così in quanto produce anche vapore per un'industria vicina, è stato acquistato da un consorzio pubblico-privato tra gli applausi della classe dirigente locale.
Questo impianto non inquina, dice l'Arpat. Infatti, la Provincia di Grosseto non ha esitato a comprarlo. I problemi che vengono additati ai termovalorizzatori sono falsi problemi: delle polveri ultrasottili si sa sncora molto poco, mentre le polveri sottili possono essere abbattute così come diossina e altre schifezze: gli ingegneri servono a questo. Come servono per risolvere il problema delle ceneri le quali sì devono essere smaltite in discariche per i rifiuti industriali ma sono, tutto sommato, materiale inerte. E' chimicamente piuttosto complicato sostenere che delle ceneri possano reagire con qualsiasi altra cosa dato che nel Cdr, il combustibile da rifiuti, non vanno a finire metalli e cose del genere. Nei salsicciotti che vengono bruciati, in genere, in forni a letto fluido, ci sono solo materiali infiammabili combinati secondo percentuali standard. Questo succede nei termovalorizzatori che vanno a Cdr e che sono quelli che verranno costruiti anche a Napoli, speriamo di aver fatto un po' di chiarezza.

postato da: fpmassam alle ore gennaio 10, 2008 14:19 | link | commenti
categorie: pensieri, politica, riflessioni, immondizia, termovalorizzatori
mercoledì, 09 gennaio 2008

Il medioriente e il mondo.

Al di là dei temi affrontati nella odierna conferenza stampa di Olmert e Bush, la cosa che colpisce non sono state le dichiarazioni rilasciati dai due leaders politici. La cosa importante era il modo in cui Olmert ha cercato, in tutte le maniere, il sostegno di Bush cercando di convincere il suo interlocutore e alleato numero uno del grave pericolo che incombe su Israele. Lo stato ebraico ha paura dell'Iran e di perdere il sostegno statunitense alla sua politica. A Olmert non sono piaciute le trattative, con l'intermediazione saudita, tra la Repubblica Islamica e gli Stati Uniti. Come agli iraniani non è piaciuta la visita di Bush in israele e il tentativo, che avrà luogo domani, di portare i palestinesi nell'alleanza occidentale. Tuttavia, il medioriente sta assumendo un'importanza strategica ancor più importante: a largo del Libano incrocia una portaerei russa, la Kuznetzov scortata da sottomarini iraniani e che trova appoggio in una base militare siriana. Il tentativo di Bush di disarticolare l'alleanza siro-iraniana e tra Mosca e Teheran ha fallito. Il tempo per capire chi sta con chi sta per esaurirsi e, mentre si sta consumando l'abbraccio mortale tra Cina e Stati Uniti, la Russia sta tentando di rimontare la Cortina di Ferro.
Cosa c'entra tutto questo con il medioriente? Nulla, solo che la geopolitica mondiale si sta riorganizzando non solo sulla base del tracciato degli oleodotti: Russia e Cina sono alleate e qualsiasi cosa succeda in Medioriente va sicuramente ad influire sulle relazioni con Russia e Cina. Il medioriente è una faglia sismica fondamentale perchè portare i palestinesi dalla parte dll'occidente significa togliere all'Iran il pretesto di una politica estera aggressiva e, quindi limitare l'influenza russa nella regione. Teheran ha fatto una scelta e, nella situazione di estrema instabilità in cui versa la terra di Canaan, è necessaria una presenza stabile e duratura che Israele da sola non può garantirla.

postato da: fpmassam alle ore gennaio 09, 2008 19:17 | link | commenti
categorie: pensieri, politica, riflessioni, usa , israele, politica internazionale, russia

Gianni de Gennaro a racogliere l'immondizia

Gianni de Gennaro è stato spedito in Campania a risolvere il problema dei rifiuti, sperando che abbia le capacità necessarie per sistemare le cose. L'ex capo della Polizia ha un curriculum da poliziotto esmplare, nonostante la macelleria messicana della Diaz durante il G8 di Genova. Un duro con tre mesi di tempo per sistemare il problema dei rifiuti in tre mesi nei quali, tra l'altro, andrà dismesso il commissariato straordinario L'immondizia verrà raccolta del Genio dell'Esercito e sversata nei siti stabiliti per legge da quasi sei mesi. Il governo ha deciso di fare il suo mestiere: decidere. Ora, lo stato deve farsi valere. Il nostro esecutivo è, infatti, stato paralizzato da centinaia di no e di intralci. E questo non riguarda solo il centrosinistra, è il male della politica italiana. Ora, tocca alle popolazioni locali ingoiare il rospo e assumersi le proprie responsabilità, responsabilità che a Roma sono state prese, ma nei palazzi della classe dirigente napoletana, Bassolino e Jervolino in testa, un'operazione del genere è fantascienza.

postato da: fpmassam alle ore gennaio 09, 2008 14:39 | link | commenti (1)
categorie: pensieri, politica, riflessioni, napoli, immondizia

Primarie USA: Vince Clinton

Aspettando il Big Tuesday, ieri in New Hampshire si è scritta una pagina di storia: per la prima volta negli Stati Uniti un caucus è stato vinto da una donna. La è first lady ha battuto l'altro candidato, Barak Obama, per poco, soli due punti percentuali nonostante il candidato di colore sia sempre il più forte: i delegati da lui raccolti, per ora, sono 25 contro i 24 di Hilary Clinton. Tuttavia, il numero dei delegati per le convention conta poco e lo scarto tra i due è evidentemente minimo. Quello che conta è vincere il grande martedì, tra meno di un mese. Obama e il suo staff hanno tutto il tempo per capire cosa è andato storto. A parte che il New England è stato definito come "il giardino dei casa dei Clinton" sono state le donne a sostenere Hilary, mentre i giovani hanno supportato Obama. In attesa del voto delle città, per la cronaca, è giusto andare a vedere cosa hanno combinato gli elefanti repubblicani al loro terzo di primarie: Romney guida la classifica con i suoi 24 delegati e la vittoria nel Wyoming, seguono Huckabee (Iowa, 18 delegati) e McCain (New Hampshire, 10 delegati) in difficolta e abbandonati a loro stessi da una Casa Bianca in altre faccende affaccendata.

postato da: fpmassam alle ore gennaio 09, 2008 14:08 | link | commenti
categorie: pensieri, politica, riflessioni, usa , stati uniti, primarie